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La redazione si riserva di rimuovere gli interventi non conformi allo spirito della rubrica.
IO PENSO POSITIVO
LA PENA DI MORTE
03/08/2018

CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

Lettera ai Vescovi
circa la nuova redazione del n. 2267
del Catechismo della Chiesa Cattolica
sulla pena di morte

1. Il Santo Padre Francesco, nel Discorso in occasione del venticinquesimo anniversario della pubblicazione della Costituzione Apostolica Fidei depositum, con la quale Giovanni Paolo II promulgava il Catechismo della Chiesa Cattolica, ha chiesto che fosse riformulato l’insegnamento sulla pena di morte, in modo da raccogliere meglio lo sviluppo della dottrina avvenuto su questo punto negli ultimi tempi.[1] Questo sviluppo poggia principalmente sulla coscienza sempre più chiara nella Chiesa del rispetto dovuto ad ogni vita umana. In questa linea affermava Giovanni Paolo II: «Neppure l’omicida perde la sua dignità personale e Dio stesso se ne fa garante».[2]

2. In tale luce va compreso l’atteggiamento verso la pena di morte che si è affermato sempre più largamente nell’insegnamento dei pastori e nella sensibilità del popolo di Dio. Se, infatti, la situazione politica e sociale di un tempo rendeva la pena di morte uno strumento accettabile per la tutela del bene comune, oggi la sempre più viva coscienza che la dignità di una persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi, l’approfondita comprensione del senso delle sanzioni penali applicate dallo Stato, e la messa a punto di sistemi di detenzione più efficaci che assicurano la doverosa difesa dei cittadini, hanno dato luogo ad una nuova consapevolezza che ne riconosce l’inammissibilità e perciò chiede la sua abolizione.

3. In questo sviluppo è di grande importanza l’insegnamento della Lettera enciclica Evangelium vitae di Giovanni Paolo II. Il Santo Padre annoverava tra i segni di speranza di una nuova civiltà della vita «la sempre più diffusa avversione dell’opinione pubblica alla pena di morte anche solo come strumento di “legittima difesa” sociale, in considerazione delle possibilità di cui dispone una moderna società di reprimere efficacemente il crimine in modi che, mentre rendono inoffensivo colui che l’ha commesso, non gli tolgono definitivamente la possibilità di redimersi».[3] L’insegnamento di Evangelium vitae è stato raccolto poi nell’editio typica del Catechismo della Chiesa Cattolica. In esso, la pena di morte non si presenta come una pena proporzionata alla gravità del delitto, ma si giustifica solo se fosse «l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall'aggressore ingiusto la vita di esseri umani», anche se di fatto «i casi di assoluta necessità di soppressione del reo sono ormai molto rari, se non addirittura inesistenti» (n. 2267).

4. Giovanni Paolo II è intervenuto anche in altre occasioni contro la pena di morte, appellandosi sia al rispetto della dignità della persona sia ai mezzi che possiede la società odierna per difendersi dal criminale. Così, nel Messaggio natalizio del 1998, egli auspicava «nel mondo il consenso nei confronti di misure urgenti ed adeguate ... per bandire la pena di morte».[4] Il mese successivo, negli Stati Uniti, egli ripeteva: «Un segno di speranza è costituito dal crescente riconoscimento che la dignità della vita umana non deve mai essere negata, nemmeno a chi ha fatto del male. La società moderna possiede gli strumenti per proteggersi senza negare in modo definitivo ai criminali la possibilità di ravvedersi. Rinnovo l’appello lanciato a Natale, affinché si decida di abolire la pena di morte, che è crudele e inutile».[5]

5. La spinta ad impegnarsi per l’abolizione della pena di morte è continuata con i Pontefici successivi. Benedetto XVI richiamava «l’attenzione dei responsabili della società sulla necessità di fare tutto il possibile per giungere all’eliminazione della pena capitale».[6] E successivamente auspicava ad un gruppo di fedeli che «le vostre deliberazioni possano incoraggiare le iniziative politiche e legislative, promosse in un numero crescente di Paesi, per eliminare la pena di morte e continuare i progressi sostanziali realizzati per adeguare il diritto penale sia alle esigenze della dignità umana dei prigionieri che all’effettivo mantenimento dell’ordine pubblico».[7]

6. In questa stessa prospettiva Papa Francesco ha ribadito che «oggigiorno la pena di morte è inammissibile, per quanto grave sia stato il delitto del condannato».[8] La pena di morte, quali che siano le modalità dell’esecuzione, «implica un trattamento crudele, disumano e degradante».[9] Va inoltre rifiutata «a motivo della difettosa selettività del sistema penale e di fronte alla possibilità dell’errore giudiziario».[10] È in questa luce che Papa Francesco ha chiesto una revisione della formulazione del Catechismo della Chiesa Cattolica sulla pena di morte, in modo che si affermi che «per quanto grave possa essere stato il reato commesso, la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona».[11]

7. La nuova redazione del n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica, approvata da Papa Francesco, si situa in continuità con il Magistero precedente, portando avanti uno sviluppo coerente della dottrina cattolica.[12] Il nuovo testo, seguendo le orme dell’insegnamento di Giovanni Paolo II in Evangelium vitae, afferma che la soppressione della vita di un criminale come punizione per un delitto è inammissibile perché attenta alla dignità della persona, dignità che non viene perduta neanche dopo aver commesso dei crimini gravissimi. A questa conclusione si arriva anche tenendo conto della nuova comprensione delle sanzioni penali applicate dallo Stato moderno, che devono orientarsi innanzitutto alla riabilitazione e reintegrazione sociale del criminale. Infine, visto che la società odierna possiede sistemi di detenzione più efficaci, la pena di morte risulta non necessaria come protezione della vita di persone innocenti. Certamente, resta in piedi il dovere della pubblica autorità di difendere la vita dei cittadini, come è stato sempre insegnato dal Magistero e come conferma il Catechismo della Chiesa Cattolica nei numeri 2265 e 2266.

8. Tutto questo mostra che la nuova formulazione del n. 2267 del Catechismo esprime un autentico sviluppo della dottrina, che non è in contraddizione con gli insegnamenti anteriori del Magistero. Questi, infatti, possono spiegarsi alla luce della responsabilità primaria dell’autorità pubblica di tutelare il bene comune, in un contesto sociale in cui le sanzioni penali si comprendevano diversamente e avvenivano in un ambiente in cui era più difficile garantire che il criminale non potesse reiterare il suo crimine.

9. Nella nuova redazione si aggiunge che la consapevolezza sulla inammissibilità della pena di morte è cresciuta «alla luce del Vangelo».[13] Il Vangelo, infatti, aiuta a comprendere meglio l’ordine creaturale che il Figlio di Dio ha assunto, purificato e portato a pienezza. Ci invita anche alla misericordia e alla pazienza del Signore che dà a ciascuno il tempo per convertirsi.

10. La nuova formulazione del n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica vuole costituire una spinta a un deciso impegno, anche attraverso un rispettoso dialogo con le autorità politiche, affinché sia favorita una mentalità che riconosca la dignità di ogni vita umana e vengano create le condizioni che consentono di eliminare oggi l’istituto giuridico della pena di morte laddove è ancora in vigore.

 Il Sommo Pontefice Francesco, nell’Udienza concessa al sottoscritto Segretario in data 28 giugno 2018, ha approvato la presente Lettera, decisa dalla Sessione Ordinaria di questa Congregazione il 13 giugno 2018, e ne ha ordinato la pubblicazione.

Dato a Roma, dalla Sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 1° agosto 2018, Memoria di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori.

Luis F. Card. Ladaria, S.I.
Prefetto

+ Giacomo Morandi
Arcivescovo Titolare di Cerveteri
Segretario


 
ATTACCO ALLE SUORE DI MADRE TERESA IN INDIA
30/07/2018

India. Suore di Madre Teresa sotto attacco: gonfiato il caso adozioni


Anto Akkara, Calcutta lunedì 30 luglio 2018 
Campagne «persecutorie e di falsità» sui media indù contro i cattolici. Le autorità ordinano inchieste e perquisizioni in tutti i centri. Ma l’indagine riguarda solo una laica e una religiosa
Ragazzi a lezione da una Missionaria della Carità nella citta nordorientale indiana di Tripura

Ragazzi a lezione da una Missionaria della Carità nella citta nordorientale indiana di Tripura

Un attacco concentrico e pesante. È con grande sofferenza che la Chiesa ufficiale indiana, e i rappresentanti delle associazioni laiche, seguono gli sviluppi dell’inchiesta su un presunto caso di compravendita di bambini avvenuto nella casa delle Missionarie della Carità di Ranchi, città del versante orientale dello Stato di Jharkhand. A chiedere l’indagine, attraverso formale denuncia, è stato il Bharatiya Janata (Bjp), gruppo politico conservatore con il maggior numero di rappresentanti nel Parlamento nazionale. John Dayal, attivista cattolico, non ha dubbi: «Il governo indiano, incitato dal nazionalismo religioso indù, ha deciso di dare una lezione alla comunità cristiana. È ormai ovvio – sottolinea in una dichiarazione rilasciata a nome dell’Unione cattolica “All India” – che il governo federale ordini un’inchiesta per ogni singola casa gestita dalle Missionarie della Carità che si prendono cura di bambini abbandonati, ragazze madri, donne senza fissa dimora, malati e moribondi». 
Dayal punta il dito contro l’ordine di ispezione di tutte le Case della Carità del Paese emesso il 17 luglio da Maneka Gandhi, ministro federale per le donne e bambini, e osserva come «media obbedienti, funzionari terrorizzati e incaricati del governo di Jharkhand hanno sollevato una mostruosa bufera mediatica sul presunto caso di un’infermiera che ha accetto denaro illecito per un’adozione». «Nel frattempo – ribadisce Dayal – i sostenitori nazional-religiosi del governo e i gruppi indù non perdono occasione per accusare le Missionarie della Carità, e attraverso loro tutta la Chiesa d’India, di conversioni forzate al cristianesimo, di massicci traffici di bambini e di altri crimini». Interpellato da Avvenire appena dopo la visita del 12 luglio alla casa di accoglienza di Ranchi, il vescovo Theodor Mascarenhas, segretario generale della Conferenza episcopale indiana dal 2016, ammette che «in quel centro c’è stato un errore che non si sarebbe mai dovuto verificare, e la congregazione deve riconoscerlo». Ma, avverte, il caso viene adesso utilizzato per «demonizzare la Chiesa». L’indagine riguarda una donna dello staff, Anima Indwar, arrestata il 4 luglio insieme a suor Consilia in seguito a una denuncia di Rupa Verma, rappresentante governativa nella Commissione per il welfare dei bambini, che le ha accusate di aver venduto un neonato a una coppia.
In seguito a quell’esposto, la polizia ha ordinato l’arresto anche della madre superiore della casa, suor Marie Deanne, rilasciata però il giorno successivo. Il vescovo Mascarenhas dice di essere «inorridito dalle cronache esagerate che i media hanno fatto sul caso e dalle conseguenti dichiarazioni politiche». Repubblic, una delle più grandi emittenti televisive del Paese – nota anche per il suo dichiarato sostegno al Bjp – ha inizialmente fatto circolare la notizia che i bambini scomparsi dalla casa della Carità erano più di 280, spingendosi fino a bollare la congregazione come «azienda multi milionaria». Tre giorni dopo, il 14 luglio, il canale ha dovuto però rivedere le sue accuse iperboliche spiegando che i «bambini venduti erano tre».
In reazione alla propaganda orchestrata contro la congregazione, il 17 luglio la madre superiore generale, suor Mary Prema, ha diffuso un comunicato stampa di tre pagine per far sapere che «stiamo collaborando con gli investigatori e siamo aperti a qualsiasi libero, giusto e opportuno approfondimento». La sua dichiarazione, ha sottolineato, è stata elaborata sulla base dei fatti «realmente emersi» nella casa di Ranchi, dove la donna al centro dello scandalo, Indwar, ha portato via un bambino per cederlo in cambio di denaro senza che i superiori ne fossero a conoscenza. 
L’uscita pubblica di suor Prema è stata resa necessaria, come spiega lei stessa, per chiarire un contesto dominato da «miti, informazioni distorte, false notizie e insinuazioni senza fondamento gettate contro le sorelle di Madre Teresa», che solo in India gestiscono 244 case in India e circa 760 centri in 139 Paesi del mondo.
Il sito d’informazione online Ucanews.com riferisce inoltre che l’11 luglio il capo della polizia di Jharkhand, Dinesh Kumar Pandey, ha scritto al segretario federale del ministero degli Interni per esortarlo a congelare i conti bancari della congregazione al fine di accertare eventuali violazioni sui finanziamenti ricevuti dall’estero. Il giorno dopo, è seguita la richiesta choc dell’Organizzazione patriottica nazionale, gruppo paramilitare volontario conosciuto come fonte del nazionalismo indù e sostenuto dal Bjp, che ha chiesto al governo di revocare a Madre Teresa, la “Santa dei poveri”, il premio Bharat Ratna, la più alta onorificenza civile indiana, che le era stata assegnato nel 1980 a distanza di appena un anno dal Nobel per la Pace. L’assurda pretesa ha provocato l’immediata reazione di Mamata Banerjee, primo ministro del Bengala Occidentale, lo Stato in cui la congregazione ha il suo quartier generale, che ha accusato il Bjp di aver preso di mira le Missionarie della Carità con l’unico intento di diffamarle. 
«È stata la stessa Madre Teresa ad aver fondato la congregazione e ora le Missionarie della Carità non sono risparmiate dai tentativi malevoli di chi vuole infangare il suo nome», scrive Banerjee in un tweet. ll BJP non risparmia nessuno, e la cosa è altamente deplorevole. Lasciate piuttosto che le sorelle facciano il proprio lavoro a favore «di chi è più povero dei poveri».
«Siamo ormai alla caccia alle streghe» avverte Abraham Mathai, autorevole leader cristiano di Mumbai apparso in numerosi e chiassosi dibattiti televisivi sul caso, compresa Republic Tv. «Noi vogliamo – precisa – una vera inchiesta giudiziaria, non un bersagliamento politico. In 40 anni, solo a Mumbai, i bambini che sono stati affidati alla congregazione, compresi quelli nati da ragazze madri, sono stati più di 7.500 e non c’è mai stata alcuna occasione per lamentarsi». «Tutto questo è inaccettabile – tuona –. Le sorelle della Carità hanno dato l’esempio a tutto il mondo di come si serve l’umanità sofferente e ora sono demonizzate».
Padre Varghese Nediakalayil, un missionario verbita che ha partecipato a un dibattito in prima serata su Repubblic TV, spiega ad Avvenire: «L’unico obiettivo dell’incontro era proiettare un’immagine negativa del cristianesimo. Il conduttore ha disperatamente cercato per tutto il tempo di far passare il concetto che la congregazione è un’azienda che vende bambini». Padre Varghese Nediakalayil, che è segretario generale dell’Associazione diocesana dei Centri cattolici in India, era con suor Mary Prema, alla Casa Madre di Calcutta, quando si è diffusa la calunniosa notizia contro la Congregazione. Era il 19 luglio ed era appena terminata la Messa di prima mattina. Le poche parole della suora, riferisce padre Nediakalayil, sono state queste: «Non voglio dire nulla. Confidiamo in Dio e lasciamo tutto alla preghiera».
(Traduzione di Angela Napoletano)

 
MALATO DI SLA COL SORRISO
22/07/2018

Testimonianza. «Vi racconto la Sla. Non mi rassegno e vivo col sorriso»


Lucia Bellaspiga, inviata a Monza sabato 21 luglio 2018 
Luigi Picheca, paralizzato, parla attraverso gli occhi. Il suo male gli ha ridato fede. E sua moglie. L'importanza di un'assistenza adeguata
Valerio Picheca parla per suo papà, Luigi, seguendo il movimento dei suoi occhi su una lavagna di plexiglass

Valerio Picheca parla per suo papà, Luigi, seguendo il movimento dei suoi occhi su una lavagna di plexiglass

Ma che avrà sempre da sorridere? E perché dal suo letto mi fissa arguto, quasi ironico? Quando vai a conoscere una persona che è malata di Sla da 13 anni, immobile nel corpo con la sola eccezione delle palpebre, tutto ti aspetti tranne che di essere tu quello a disagio sotto lo sguardo enigmatico che sembra metterti alla prova. Ma presto ti accorgi che Luigi Picheca sereno lo è davvero e se ha gli occhi così vivi è perché sono il solo varco attraverso il quale riversa il suo ricco mondo interiore. Il silenzio della stanza è rotto solo dall’affanno cadenzato della macchina che respira per lui nella tracheotomia, eppure nulla appare triste, persino le piantane ai lati del letto grondano flebo e tubicini, ma anche sciarpe della Juve e gadget di amici tifosi. Nella cornice dorata sulla parete la foto del Papa: «Sua Santità Francesco imparte di cuore la Benedizione apostolica a Luigi Picheca in occasione del 60° compleanno...».

Qui il tempo sembra scorrere in modo diverso, forse a causa di quel tonfo ansante che ogni tot secondi spinge l’aria nei polmoni e così scandisce giorni e notte, sempre uguale da anni, come un metronomo. Ma è di nuovo Luigi a rompere il ghiaccio: «Benvenuta, collega». In realtà le sue parole le pronuncia il figlio Valerio, che le legge seguendo le sue pupille su una tavoletta in plexiglass con su scritte le lettere... «Ci esercitiamo da dieci anni», spiega il padre, che ha già notato lo stupore. «Ormai anche gli infermieri e la badante sono velocissimi a leggere il mio sguardo», aggiunge ancora, con la voce di Valerio.

Colleghi, già: perché dal 2014, in occasione dei Mondiali di calcio in Brasile, ha iniziato a scrivere per il quotidiano online Il Dialogo di Monza, sottotitolo La provocazione del bene, testata dedicata alle buone notizie, e l’Ordine dei giornalisti gli ha consegnato la tessera di pubblicista. Ma nella vita precedente Luigi Picheca, 63 anni, lavorava come chimico in un’industria, un sogno realizzato. 

«Nel 2004 ho festeggiato i 50 anni senza immaginare che quello sarebbe stato l’ultimo anno di vita normale – racconta –. Mi sentivo un leone, praticavo gli sport che mi piacevano, facevo ciò che volevo e non mi rendevo conto di essere fortunato... Poi un braccio che non risponde più, la visita neurologica, i sospetti, la diagnosi: ero condannato alla Sla, malattia a me sconosciuta fino ad allora, e la mia vita prendeva una direzione spaventosa. Più che disperazione era angoscia, paura di fronte all’imprevisto e a un futuro breve e terribile», che man mano gli rubava uno per uno tutti i movimenti volontari. 

Facile e comprensibilissima la rinuncia. «Se non che prima delle risposte delle cliniche svizzere è arrivata la risposta dal Cielo», ovvero un pneumologo che in pochi minuti gli ha cambiato alcuni parametri errati e Luigi ha ricominciato a respirare bene. «Questo dice quanto è importante la cura, nelle nostre condizioni. So cosa si pensa, che è meglio morire piuttosto che vivere come me, invece adesso dico che la vita non si deve scartare così facilmente, la ricchezza di emozioni che ci regala va vissuta fino all’ultimo istante». La svolta è stata l’approdo alla Rsd (Residenza sanitaria disabili) "San Pietro" di Monza dieci anni fa, «esattamente il 3 luglio 2008». È l’unica struttura in Italia del tutto dedicata ai malati di Sla e in stato vegetativo, con il personale interamente specializzato nel trattamento di questi pazienti. «Qui non ero più arrabbiato con il mondo, ho cominciato ad accettare la mia nuova esperienza di vita e ho constatato che il corpo umano è in grado di adeguarsi alle nuove condizioni, facendoci scoprire risorse inimmaginabili in noi stessi».

Una certezza che Luigi vuole mettere a disposizione di chi si trova di fronte alla sua stessa agghiacciante paura: «Già prima ero volontario nella Protezione Civile, ora per gli altri posso fare molto di più, posso indicare la speranza a chi è sul baratro e rischia di perderla». Lui ha le carte in regola per farlo, ha visto morire attorno a sé le persone che non potevano accettare di vivere attaccate a un ventilatore e nutrirsi con il tubicino della Peg direttamente nello stomaco: «È stata durissima anche per me, arrivato qui pesavo 48 chili ed ero sfinito, ma poi pensavo ai tanti bambini che nascono già malati, io in fondo per 50 anni ero stato fortunato, non potevo comportarmi da vigliacco». 

Proprio da questi pensieri si è aperta un varco la fede dimenticata da anni, «oggi la mia grande forza», e la passione di scrivere, «di far conoscere il nostro mondo ricco di idee e dignità, ma troppo sconosciuto». Il peggior fraintendimento è la compassione, «io sono felice e non ho un attimo di noia, qui alla "San Pietro" sono risorto con nuova linfa, perché vivere una malattia con l’aiuto di persone competenti e positive ti fare stare bene e tu veramente puoi amare la vita. Questa oggi è casa mia».

È qui nella cappella della Rsd che è venuta a sposarsi sua figlia Federica. E in fondo è grazie alla Sla che Luigi ha anche risposato sua moglie: «Eravamo separati da 11 anni, ma la malattia ci ha fatti ritrovare. Anzi trovare per davvero». Oggi è lei la più veloce con la tavoletta trasparente e la prima a cogliere i suoi desideri. «Papà talvolta ha nostalgia dei sapori – interviene il figlio, e questa volta parla per sé – così mia madre gli diluisce qualche goccia di caffè sulla lingua, o attraverso la Peg gli dà i centrifugati fatti in casa... un po’ di aroma arriva».

In un libro di riflessioni, Orizzonti imprevisti. Scritti con SLAncio Luigi va anche oltre: «Oggi mi sento più appagato di quando ero sano, e sono anche migliore, perché adesso so capire quanto valgono le persone che si muovono intorno a me e mi donano un amore che pochi sanno apprezzare pienamente». 

Alla fine ci affida un appello ai “sani”, «di pensare più alla loro vita e non correre dietro alle banalità. La nostra società rincorre i falsi miti della ricchezza, della efficienza, della bellezza, e non ha più tempo per interessarsi a chi è “emarginato”, lo leggo negli occhi di molti che, quando guardano uno di noi, guardano la carrozzina e le nostre infermità, non le persone che si celano in noi...». Anche se, ci scrive in una email il giorno dopo, «del resto purtroppo ero così anch’io prima di vivere questa tragica esperienza... Che però ha il pregio di farci conoscere il bello che c’è in noi».

 
10 CONSIGLI PER LE BUONE VACANZE
21/07/2018

Un “decalogo” per le vacanze inviato a chi frequenta la Casa di preghiera San Biagio a Subiaco (Roma) dalla comunità delle Figlie di Maria Ausiliatrice che anima tutto l’anno questo luogo con una presenza orante e di formazione, di accoglienza e semplicità. «Siamo con voi nella gioia di una vita sempre più limpida e autentica », scrivono le religiose, scandendo dieci punti per dare senso ai giorni di ferie. Parole adatte non solo ai sanbiagini», come affettuosamente definiscono coloro che sono ormai abitudinari nella casa di Subiaco, ma a chiunque voglia vivere i giorni di sosta e di pausa nella fede e nell’ascolto del Signore. 

«Dio ti parla nella sua Parola: nei testi liturgici di ogni giorno, negli insegnamenti del Papa, nel tuo prossimo, nella bellezza del creato: ascolta! Soprattutto apriti interiormente alla Parola biblica. Liberati dal chiasso, dal frastuono di ambienti “parolai”, dove si covano storture vuotaggine e violenza », il primo suggerimento, a cui segue la seconda perla: «Buona cosa è per te vivere in pienezza la giornata mettendo in pratica quanto la Parola di Dio ti ha detto». 

Ancora: «Casa del Signore è la tua persona, specialmente il cuore. Rientra spesso lì, per un contatto di fede viva col Signore ». Quarto punto: «Dedica ogni giorno un po’ di tempo a pause contemplative, che sono anche distensive». Da questo atteggiamento scaturisce il successivo consiglio: «Esercita e coltiva la tua capacità di stupore e meraviglia, osservando quanto di vero di bello e di buono c’è intorno a te. Sia viva in te l’attitudine al “grazie”». 

Di qui l’invito: «Fa’ in modo che anzitutto quelli che vivono con te si percepiscano veramente amati da te». C’è poi una sollecitazione al sano amore di sé: «Godi di poter riposarti, arricchendoti spiritualmente e mai abdicando al tuo essere persona a immagine e somiglianza di Dio. 

Ricorda che la preghiera è anche un nobilissimo riposo dello spirito». Le ultime tre pillole sono un concentrato di Vangelo da mettere in pratica nella quotidianità: «Là dove sono espressioni autentiche di verità, bontà, bellezza, invita anche i tuoi amici a fare esperienze veramente umanizzanti, ispirate agli insegnamenti del Signore. 

Ti stia a cuore la gioia (anche se a volte faticosa) di conoscere sempre più in profondità cose antiche e nuove, a favore della tua crescita umano cristiana. Tieniti lontano dalle insulsaggini anche se spesso conclamate importanti dalla prepotenza pubblicitaria». Infine, «le vacanze sono un tempo dove l’esercizio del discernimento conduce lietamente a quelle scelte in sintonia con il progetto di Dio su ciascuno di noi: qualcosa di bello di nobile, di liberante. In sintonia con l’affettuoso illuminato magistero di papa Francesco».

 

 
VERITA' DELLA SINDONE?
20/07/2018
UNA RIFLESSIONE DEL CUSTODE PONTIFICIO, L'ARCIVESCOVO MONS. CESARE NOSIGLIA (18-7-2018)  versione testuale

Scientificità, neutralità

Nel corso dei secoli, e con maggiore frequenza negli ultimi anni, ci sono stati molti tentativi di affrontare l’autenticità della Sindone. Hanno avuto il loro momento di pubblicità con titoli e articoli di giornali che davano per valida la loro ricerca e le loro conclusioni ma in molti casi si sono dimostrati scientificamente inattendibili. Gli studi e le ricerche – se condotte con criteri di scientificità e senza ipotesi pregiudiziali - stimolano a un confronto sereno e costruttivo, a conferma di quanto affermava San Giovanni Paolo II: «La Sindone è una costante provocazione per la scienza e l’intelligenza».

È toccato e toccherà anche questa volta ad altri scienziati e studiosi promuovere un dibattito ed eventualmente contestare sul piano scientifico o sperimentale la validità e solidità della ricerca compiuta. È comunque un dibattito che riguarda gli studiosi e scienziati che vogliono cimentarsi in questa impresa.

Credo tuttavia che vada ribadito un principio fondamentale che deve guidare chi desidera affrontare con metodo rigorosamente scientifico questioni complesse come questa: è il principio della neutralità, perché se si parte da un preconcetto e si orienta la ricerca per dimostrarlo facilmente si giungerà a confermarlo… In questo caso non sono più i fatti che contano, ma le idee precostituite vanificando così quella neutralità propria della scienza rispetto alle convinzioni personali.

Tutto ciò però non inficia minimamente il significato spirituale e religioso della Sindone quale icona della passione e morte del Signore come l’ha definita l’insegnamento dei pontefici. Nessuno può negare l’evidenza del fatto che contemplare la Sindone è come leggere le pagine di Vangelo che ci raccontano la passione e morte in croce del Figlio di Dio. Quindi la Sindone che pure non è oggetto di fede, aiuta però la fede stessa perché apre il cuore di chi l’avvicina e la contempla a rendersi consapevole di ciò che è stata la passione di Gesù in croce e quindi di quell’amore più grande che lui ci ha dimostrato subendo terribili violenze fisiche e morali per la salvezza del mondo intero. Questo è sempre stata ed è tutt’oggi la ragione per cui milioni e milioni di fedeli in tutto il mondo venerano, pregano e contemplano la Sindone e ne traggono speranza per la loro vita di ogni giorno.

 

Dichiarazione del prof. Paolo Di Lazzaro

In merito alle informazioni diffuse ieri da quotidiani e televisioni il prof. Paolo Di Lazzaro, direttore di ricerca dell’Enea e vicedirettore del Centro Internazionale di Sindonologia di Torino, ha rilasciato questa dichiarazione. 

L’articolo pubblicato sul Journal of forensic sciences fa riferimento agli esperimenti condotti dai proff. Borini e Garlaschelli nel 2014, di cui si era già discusso a suo tempo, con l’integrazione di nuovi tentativi sperimentali. Pur contenendo vari elementi di interesse, credo le modalità con cui tali sperimentazioni sono state condotte avrebbero bisogno di integrazioni e specifiche attenzioni, per essere considerate scientificamente valide e autorevoli.

Le misure delle colature di sangue in laboratorio sono effettuate usando un volontario in buone condizioni di salute sulla cui pelle pulita si è versato sangue fluido contenente un anticoagulante. Queste condizioni a contorno sono molto diverse da quelle presenti sulla Sindone: non tengono infatti conto della presenza sulla pelle dell’uomo della Sindone di terriccio, sporcizia, sudore, ematomi da flagellazione e nemmeno della accentuata viscosità del sangue dovuta alla forte disidratazione. Non è possibile pensare di riprodurre condizioni realistiche delle colature di sangue sul corpo di un crocifisso senza considerare tutti questi fattori che vanno a influenzare in modo importante il percorso delle colature di sangue.

 
PER CHI VOTARE
02/02/2018

PER CHI VOTARE

Da F. Occhetta, La Civiltà Cattolica 4023

La Costituzione della Repubblica ha compiuto 70 anni, e i suoi princìpi continuano a nutrire e a custodire la democrazia italiana. È stata generata da un evento di «coscienza sociale» maturato dopo l’umiliazione della guerra ed è il frutto di un incontro di tradizioni molto diverse tra loro: la cultura delle libertà della tradizione liberale, il solidarismo e il personalismo cristiano, le istanze ugualitarie e dei diritti della sinistra. Mai come in questo tempo il Paese è chiamato a fare memoria: la maggioranza dei cittadini, infatti, ha ereditato un dono di cui a volte fatica a percepire il valore e a ricordare il costo.

Alla vigilia delle elezioni politiche, sottolineiamo dunque 5 criteri per esprimere un voto responsabile proprio attraverso i princìpi della Costituzione.

1.   Anzitutto, l’attenzione ai programmi dei partiti per scegliere quelli che costruiscono invece di demolire, che vanno oltre gli slogan elettorali e al di là di singoli temi della campagna elettorale. I programmi non sono neutri rispetto ai valori: il cittadino maturo ha il compito di calcolare i costi e le conseguenze di ogni scelta.

2.   Lo spirito costituzionale ci porta a un secondo punto: la scelta del candidato oltre lo storytelling. Contano l’esperienza amministrativa, la capacità di visione politica, le esperienze fatte, la trasparenza. In una parola, la sua affidabilità.

3.   Un terzo criterio è quello della cultura costituzionale dei partiti e dei loro leader. Dai lavori della Costituente sull’art. 67 della Costituzione si comprende perché l’eletto debba agire senza vincolo di mandato, che significa assenza di legame e di interesse corporativo dell’eletto. I parlamentari, come tutti gli amministratori pubblici, sono portatori «soltanto» di un interesse generale.

4.   Un quarto criterio è valutare le coalizioni di governo più che le coalizioni elettorali. Lo ribadiamo: la nuova legge elettorale (n. 165/2017), che introduce un sistema misto proporzionale e maggioritario, premia la rappresentanza sulla governabilità.

5.   Ultimo criterio: la complessità del voto contro la sua semplificazione. Davanti al rischio di semplificare in «bianco o nero», occorre saper discernere le sfumature, perché la realtà è complessa. Altrimenti prevarrà il fenomeno sociale definito «gentismo».

Il diritto al voto è una conquista sociale, e se ne comprende il valore nei contesti in cui è negato. Per arginare l’astensione, che anzitutto è una rinuncia al cambiamento, il presidente Mattarella ha rivolto un appello a favore della partecipazione: «Nessuno rinunzi al diritto di concorrere a decidere le sorti del nostro Paese».

È, questa, la consapevolezza che la libertà esiste solo là dove si vivono partecipazione e responsabilità.

 

 
QUALI GIOCHI REGALARE?
19/12/2017
LIBERATE I BAMBINI DAI VOSTRI SCHERMI
di D. Novara pedagogista

Arriva Natale e per tanti genitori la tentazione è forte, anzi fortissima: regalare un dispositivo video digitale ai loro bambini. Sembrano quasi fuori dal tempo le persone che decidono di resistere a queste pressioni del marketing. Mosche bianche. Ma dovrebbe essere il contrario. In Italia un bambino di 8 anni può acquistare a suo nome uno smartphone con internet incorporato, basta solo la firma di un genitore. 

Non esistono sostanziali limitazioni neanche per quanto riguarda l’utilizzo di videogiochi violenti e per registrarsi con un profilo sui social network. Lasciamo i nostri figli in balia di un pericolo costante, la sovraesposizione ai videoschermi, spesso senza neanche rendercene conto. Non c’è nessun vantaggio né emotivo, né cognitivo, né evolutivo nel fare una vita quasi totalmente virtuale dove tutto è filtrato da tv e giocattoli digitali. Ci sono solo svantaggi. L’esposizione ai videoschermi produce un senso di progressiva perdita di contatto con la realtà e, a livello scolastico, indebolisce la capacità di concentrazione, facoltà necessaria per l’apprendimento. Mi capita sempre più spesso di vedere bambini, anche molto piccoli, piazzati davanti a uno schermo ovunque: a casa, al ristorante, in macchina, anche al parco. 

Sono tante le ricerche che rilevano i danni di una vita infantile video digitale a partire dai ritardi del linguaggio, per finire con disturbi emotivi di varia natura. Sottovalutiamo quotidianamente la pericolosità dell’uso precoce della tastiera al posto della scrittura corrente, dell’esperienza video visiva al posto di quella sensoriale e manuale, dei videogiochi virtuali al posto del gioco sociale corpo a corpo. 

Due bambini che si rotolano sul pavimento fanno rumore, disordine, si sporcano. Invece, se stanno seduti sul divano con in mano i comandi della play station sono silenziosi, tranquilli e non disturbano. Ma i bambini hanno bisogno di essere protagonisti attivi dei loro giochi, di stimolare autonomamente la loro fantasia e creatività. Il movimento e le esperienze fisiche permettono loro di crescere sereni sviluppando autostima nelle loro capacità. Correre e saltare, inseguirsi, saltare gli ostacoli. Assecondare questi loro bisogni li preserva da tante malattie del comportamento. I videoschermi, invece, li pongono in una posizione di passività, che causa frustrazione e, quindi, spesso sprigiona aggressività. 

Quando nel mio studio incontro genitori che mi raccontano dei loro bambini in difficoltà emotiva come prima cosa consiglio la riduzione dell’uso di videoschermi di ogni tipo a mezz’ora al giorno: i miglioramenti sono immediati. A seconda dell’età, sono tantissimi i giochi adatti che possiamo comprare in occasione del Natale: costruzioni di ogni tipo, casette da interno e da esterno, piste per macchinine e trenini, monopattini e biciclette, tutti i giochi con la palla (dai birilli a piccoli canestri con palline di gommapiuma), libri, bambole, soldatini e personaggi fantastici, animali di pezza, plastica o legno, paste da modellare, giochi di società e giochi didattici (memory, domino, dama, shangai), carte, strumenti musicali. Tutti questi giochi li rendono attivi e li stimolano: l’esperienza diretta è il modo migliore per crescere. Come diceva la grande pedagogista Maria Montessori: lasciamoli fare.

 
DIGNITA' DELLA PERSONA O AUTODETERMINAZIONE?
18/12/2017

( Marco Olivetti, Avvenire, 18-12-17) L’approvazione definitiva in Parlamento della legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento consente di ragionare sulle trasformazioni che la cultura politica italiana ha subito nella XVII legislatura repubblicana, ormai prossima alla conclusione. Una legislatura che resterà probabilmente nella storia per la varietà e la novità delle misure legislative che hanno inciso sui diritti fondamentali per quanto riguarda sia la sfera dei diritti civili sia quella dei diritti sociali. È proprio il caso di dire che un’ondata di novità, comparabile solo a quella degli anni Settanta, ha investito la legislazione italiana tanto per la prima (divorzio breve, unioni civili, sovraffollamento carcerario, ora il fine vita, ma si dovrebbe forse ricordare l’apertura alla fecondazione eterologa – voluta dalla Corte costituzionale anziché dal Parlamento – e la picconata all’obiezione di coscienza all’aborto, che si deve alla Regione Lazio) quanto per la seconda (si pensi – fra molte misure – alla rilettura per via di prassi del diritto di asilo o alla legge sul reddito di inclusione, nonché alla riforma della legislazione lavoristica operata con il Jobs Act), per non parlare dei diritti politici (si pensi agli effetti del diritto di voto sulla legislazione elettorale). 

Mentre nella sfera dei diritti sociali si può registrare una ripresa di vigore di questi ultimi, in chiave solidaristica (pur con il dato, per diversi aspetti problematico, del Jobs Act), in quella dei cosiddetti diritti civili è evidente l’accettazione in forma quasi piena delle istanze che una certa cultura laico-massonica ha in più modi e tempi proposto al Paese negli scorsi decenni. Ed è difficile trovare un’icona che sottolinei l’ingresso dirompente nel nostro tessuto legislativo dei princìpi fondamentali del  liberismo etico in maniera più chiara delle lacrime di gioia di Emma Bonino all’indomani del voto del Senato sulle Dat.

Non si vuole con ciò privare di qualsiasi valore le istanze che hanno trovato accoglienza nella legislazione, per lo più dopo battaglie decennali, talora con tratti drammatici, almeno dal punto di vista mediatico. Dopotutto il liberismo etico parte da princìpi quasi universalmente condivisi – anzitutto il principio di autodeterminazione – che caratterizzano ormai sia l’universo morale, sia la nostra legislazione. Essi trasportano nelle sfere della libertà sessuale, delle scelte riproduttive e della conclusione della vita umana (compresa l’istanza di programmare quest’ultima in anticipo) quelle stesse aspirazioni che alla fine del Settecento avevano trovato sbocco nel primo costituzionalismo per regolare il rapporto fra cittadino e Stato in quelle che poi sono divenute le "libertà classiche" (libertà dagli arresti, del domicilio, della corrispondenza, di circolazione, di pensiero, di religione, oltre al diritto di proprietà), consolidandosi come uno dei pilastri dello Stato costituzionale. 

Le Costituzioni, tuttavia, intervennero solo occasionalmente a trasfondere quei princìpi di libertà nella sfera privata, alla quale si trovano riferimenti solo nelle Carte costituzionali e nei documenti internazionali dal secondo dopoguerra novecentesco in poi: sicché le domande di nuovi diritti hanno dovuto farsi faticosamente strada nelle pieghe degli ordinamenti, anzitutto grazie alla giurisprudenza (ordinaria e costituzionale), talora in modi che da un punto di vista giuridico non possono non essere percepiti come arbitrari. 

Ma, soprattutto, mentre le libertà classiche hanno progressivamente trovato un equilibrio - regolato dal principio di proporzionalità e, ovviamente, sempre soggetto a ridefinizione - con gli interessi a esse contrapposti (i diritti degli altri, l’ordine costituzionale e la legge morale, per dirla con l’art. 2 della Legge fondamentale di Bonn), ciò non è avvenuto per quanto riguarda i "nuovi diritti" cosiddetti civili. Questi si affermano con prepotenza. Mentre oggi è dato per acquisito che nessun diritto sia assoluto, cioè privo di limiti, l’autodeterminazione nella sfera sessuale e all’inizio e alla fine della vita non "vede" limiti e rivendica assolutezza. Le morali di radice religiosa si sono battute in questi decenni - e la vicenda delle Dat non ha fatto eccezione - per tentare di "dire" le ragioni dei limiti, ma la battaglia appare perduta in partenza. 

È come se si parlasse una lingua che risulta incomprensibile a gran parte dell’opinione pubblica dominata, grazie anche alla quasi totalità della opinionistica massmediatica, da una sorta di pensiero unico d’impronta liberal-radicale. Comunicare oggi l’unicità del matrimonio, la distinzione originaria uomo-donna, la sacralità della vita umana e la sua dignità in ogni fase e condizione dal concepimento alla morte naturale è davvero arduo, in quanto quelle parole arrivano nell’orecchio dei destinatari con un altro significato. Come spiegare altrimenti che un ex premier come Matteo Renzi, non certo privo di formazione cristiana ed ecclesiale, celebri l’approvazione di questa legge sulle Dat come una migliore tutela della dignità della persona se non con il fatto che per la concezione dominante la dignità coincide ormai con l’autodeterminazione?

Nel complesso, dunque, si può constatare che il Partito della Nazione, uno dei grandi spettri della XVII legislatura, ha infine visto la luce dove meno lo si poteva attendere: sulla legge in materia di Dat, che ha avuto via libera al Senato grazie a una inedita coalizione fra Pd, nuova "cosa rossa" e 5 stelle, con l’appoggio esterno della "libertà di coscienza" di Forza Italia e il supporto delle truppe parlamentari di Denis Verdini. In piena armonia con le istanze di una lobby liberal-liberista-libertaria che, ovviamente, si incaricherà di guidare la delicatissima attuazione della legge, per far sì che i residui di ambiguità in essa presenti siano sciolti in favore della radicalizzazione del principio di autodeterminazione, come del resto è accaduto in questi lunghi anni con la legge sull’aborto, la quale proclama nel suo primo articolo che "la Repubblica tutela la vita umana fin dall’inizio", ma costruisce procedure che, nel diritto vivente, consentono di fatto l’aborto on demand. Per un vero e altrettanto trasversale ragionamento sui limiti ai nuovi diritti, occorrerà forse attendere la prossima generazione? Speriamo di no.

 
BIOLOGICO
24/11/2017
Avere cibi sani è un valore per la salute del consumatore e anche per l'economia del produttore. Il biologioco sta diventando una necessità...ma spesso non è capito e anche truffato. Quando un cibo è veramente biologico?  Ma oltre ai cibi non si potrebbe promuovere anche una cultura biologica? Cosa ne pensi?
 
IL LAVORO CHE VOGLIAMO
23/10/2017
Dal 26 al 29 ottobre a Cagliari si svolgela Settimana Sociale dei Cattolici sul tema: Il lavoro che vogliamo: libero. creativo, partecipativo, solidale. Raccogliamo anche noi idee concrete, in questo piccolo blog ...perchè da cosa nasce cosa!
 
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